IL RACCONTA STORIE...

In questa pagina sono state raccolte le storie raccontate dai nostri amatissimi clienti.

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Giorgia racconta...

Quando avevo 14 anni sono partita da Vobbia e sono andata a fare la mondina a Vercelli, li sono stata 40 giorni, al mattino mi alzavo alle 5 per fare la colazione, facevamo la fila per prendere il latte,io arrivavo sempre all'ultimo e rimanevo sempre senza. Camminavamo per circa un'ora e arrivavamo alle risaie. Io avevo paura delle bisce e delle rane e quindi stavo sempre sull'argine. Il capo mi urlava Giorgia scendi nella risaia, io scendevo nelle risaie quando la maggior parte delle rane erano tutte andate via. Quando raccoglievo il riso mi capitava di raccogliere anche qualche rana allora io mi mettevo a urlare e tutte le mie compagne di lavoro si mettevano a ridere. La sera tornavo a casa stanca dopo aver fatto 8 ore di risaia, rifacevamo tutto il tragitto di un'ora e ritornavamo alla cascina e mangiavamo tutti i giorni riso,solo alla domenica la pastasciutta. La sera, dopo aver mangiato, andavo a piantare nuove piante di riso per due ore, perchè la mia famiglia essendo in tanti aveva bisogno di soldi e allora cercavo di guadagnare il più possibile per portare i soldi in famiglia.

Rina racconta…

Episodi della 2° guerra mondiale Durante la seconda guerra mondiale i generi di prima necessità erano razionati (con la tessera); il cibo non bastava ed allora si comprava alla "BORSA NERA" a prezzi altissimi. Per procurarsi il sale la gente andava a prendere l'acqua di mare e facendola evaporare ricavava il sale residuo sul fondo della pentola. Una mamma nell'intento di fare un croccante per i suoi figli usò i semi contenuti nei noccioli di pesca, non sapendo però, che questi ultimi contengono acido prussico, un derivato del cianuro. A causa di ciò i suoi figli morirono. Facevamo le code alle 3 del mattino per comprare la trippa dal macellaio, trippa non pulita e bella bianca come viene venduta oggi a noi, me la trippa appena presa dalla bestia che doveva essere ancora lavata e spazzolata. Chi non aveva i soldi se li procurava vendendo oro, appartamenti e aree di appartamenti bombardati. Molta gente moriva sotto i bombardamenti, la mia famiglia ed io, eravamo sfollati a Isorelle e siamo sfuggiti alla distruzione totale della nostra casa (4 giugno 1944) in Via delle Corporazioni (ora Via Fillak). Mia madre ha trovato la casa rasa al suolo con tanta gente che raccoglieva i pezzi di porte e finestre o altro da poter almeno bruciare per scaldarsi. In quel brutto periodo, le finestre erano oscurate da carta blu, l'oscuramento veniva fatto per sfuggire ai bombardamenti. I bombardieri lanciavano bombe al primo spiraglio di luce ecco perché si viveva al buio. Un giorno, mia mamma fece le lasagne impastate a mano con la farina comprata alla borsa nera, condite con un sugo di carne che facevano venire l'acquolina in bocca; sul più bello suonò l'allarme che stava a significare l'arrivo dei bombardieri e che bisognava fuggire e rifugiarsi nella galleria del tram (ora Metropolitana). La guerra ha portato danni e disagi nella coabitazione; chi non aveva più una casa perché distrutta dalle bombe, gli veniva data d'ufficio una casa già occupata da altre famiglie creando cosi litigi e fermenti. Una persona che ricordo ancora bene è una russa che abitava all'ultimo piano, questa signora era fuggita dalla rivoluzione russa del 1918 quando i Bolscevichi massacrarono la famiglia imperiale dei Romanof. Questa signora era la paura fatta in persona quando suonava l'allarme correva giù dalle scale "come se fosse stata vuota" bussando a tutte le porte del palazzo.

STORIA NONNA EMILIA

È finita la guerra che avevo nove anni ed è incominciata che avevo 4 anni. Io e la mia famiglia abitavamo in paese e vedevamo gli aerei che arrivavano in picchiata e facevano un rumore tremendo e per sentire di meno quel rumore ci mettevamo in testa il cuscino per non sentire. Per ripararci avevamo costruito una specie di rifugio per via delle schegge che arrivavano. Eravamo in casa e quando suonava l'allarme che stavano per arrivare gli aerei per bombardare andavamo in una galleria per rifugiarci e mia madre portava il pane secco per mangiare. In generale mangiavamo pane secco e il latte che prendevamo da un contadino, ogni persona aveva una tessera e aveva diritto a un etto di pane al giorno. Una sera abbiamo sentito l'allarme alle 4 di notte e io e la mia famiglia siamo andati nel rifugio perché buttavano giù i bengala che sono fasci di luce per vedere dove fosse la gente per bombardarla (bombardavano specialmente ferrovie e stabilimenti). La guerra è stata molto brutta soffrivamo la fame, eravamo tutti magrissimi pelle ed ossa e avevamo tanta paura. Poi quando è finita la guerra eravamo tutti molto felici e ci abbracciamo tutti.

LA STORIA DI JOSEPH

La storia è ambientata durante la seconda guerra mondiale, era il 27 gennaio del 1945 in Polonia più precisamente nel Campo di concentramento di Auschwitz. Joseph era un ragazzo ebreo di appena 21 anni ed era in quel campo dal 1942. Joseph: "Gli uomini venivano separati dalle donne e dai bambini formando due distinte file. A questo punto il personale medico decideva chi era "abile al lavoro". Mediamente solo il 25% dei deportati aveva possibilità di sopravvivere. Il restante 75% (donne, bambini, anziani, madri con figli) era inviato direttamente alle camere a gas. Il fatto che mi terrorizzava di più era come in questa fase il personale medico mantenesse un comportamento gentile ed accondiscendente al fine di mascherare le loro intenzioni e velocizzare le operazioni di scarico e selezione, infondendo falsa fiducia nei prigionieri appena arrivati, normalmente stanchi e confusi dal lungo viaggio." Comunque la mia storia è accaduta il 27 gennaio del 1945. Era una giornata caldissima, lavorare tutto il giorno sotto quel sole cuocente mi sfiniva ma continuavo a lavorare, era l'unica possibilità che avevo per sopravvivere. Ma le mie erano solo false speranze, infatti quel giorno più o meno per le 17:00 i tedeschi ci fanno mettere tutti in fila di fronte a un generale, io e miei compagni non capivamo cosa dicevano sapevamo solo che non era niente di buono, il generale incominciò a indicare qualcuno di noi, una cosa la capii quelli che indicava venivano portati dietro un angolo e uccisi, bene io ero tra questi, quando mi puntò il dito contro incominciai a tremare e a sudare freddo, forse non ci crederete ma in quel preciso istante arrivarono delle truppe sovietiche e ci salvarono. Non scorderò mai quel giorno benedetto da Dio.

EMILIO PISARONI racconta... Storia vissuta di una guerra passata!

La storia che vi racconterò si è verificata nei lontani e bui anni della seconda guerra mondiale…. Io vivevo con la mia famiglia nella campagna Cremonese, luogo povero e tranquillo, ma che in quegli anni di guerra, era spesso sorpreso dai continui bombardamenti da parte dell'armata nemica. Era un giorno come gli altri: come sempre, mi stavo recando presso i campi dove io, i miei fratelli e mio padre lavoravamo come contadini. Durante il tragitto però, abbiamo avuto uno spiacevole incontro con due militari tedeschi. Uno dei due mi ha puntato un mitra alla testa e ha ordinato ai miei familiari di mostrare, a lui e al suo compagno, la via per arrivare alla cascina dove la nostra famiglia abitava. Presi dalla paura, gliel'abbiamo mostrata senza indugi. Tuttavia, dentro la stalla dove tenevamo gli animali, tempi addietro, avevamo nascosto dei fucili che avevamo trovato un giorno per caso. Fortunatamente, i due militari non si sono accorti della presenza delle armi così, come erano arrivati, se ne sono andati. Dopo questo incontro "emozionante", presi dalla paura di un altro sopraluogo da parte dei due militari, la notte stessa abbiamo raccolto tutti i fucili e li abbiamo portati via dalla cascina, seppellendoli ai confini dei campi dove lavoravamo. Da quel giorno, abbiamo deciso di non tenere più armi in casa! Una volta è bastata!

Saveri Melogno racconta... Il canonico e la capra Mimina

Quando ero giovane abitavo in un paesino dell'entroterra dove, d'estate, veniva a trascorrere le ferie un canonico genovese, ospite del parroco, con la zia e la nipote. La sua tonaca nera spiccava in lontananza nei campi, dove si recava per passeggiare, affiancata dall'abito a fiori della zia e da quello rosa della nipotina. La sera tornavano verso la casa del Prevosto, ma ahimè trovano sulla strada me e la capra Mimina dalle lunghe mammelle che a quella ora erano colme di latte. Essa era timorosa, quindi incontrando un passante tendeva ad aumentare la sua andatura ondeggiando in questo modo dal suo petto schizzava latte da ogni parte, soprattutto sul bel abito del prete che era difficilissimo da smacchiare, specie se il latte si aggiungeva alla polvere che c'era sulle strade sterrate. Visto che i nostri orari coincidevano la cosa si ripeteva ogni volta. A questo punto intervenne la zia, che con garbo mi avvicinò e mi offrì una generosa mancia affinché cambiassi i miei orari, evitando in questo modo il fatale incontro per la preziosa tonaca. Naturalmente accettai, perché a quei tempi cercavo di raggranellare qualche soldo per comprarmi una bicicletta.